I Mangiatori di patate

Di Romeo Castellucci
Musica e Voci - Scott Gibbons, Oliver Gibbons
Dramaturg - Piersandra Di Matteo
Con Luca Nava, Sergio Scarlatella, Laura Pante
E con Vito Ancona, Jacopo Franceschet, Marco Gagliardi,
Vittorio Tommasi, Michela Valerio
Direzione Tecnica - Eugenio Resta
Sculture e Macchine - Plastikart Studio - Amoroso & Zimmermann
Tecnica del Palco - Andrei Benchea
Tecnica dei Suoni - Claudio Tortorici
Tecnica Elettrica - Andrea Sanson
Ingegneria - Paolo Cavagnolo
Direzione della produzione - Benedetta Briglia
Produzione - Caterina Soranzo
Organizzazione - Giulia Colla
Realizzazione costumi - Carmen Castellucci e Francesca Di Serio
Equipe tecnica in sede - Gionni Gardini, Dario Neri
Attori a Cesena - Nicolò Francesco Russo, Mattia Bartoletti Stella
Amministrazione - Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci
Economia - Massimiliano Coli
Produzione Societas, Coproduzione la Biennale di Venezia
Foto - Courtesy La Biennale di Venezia - Andrea Avezzù
L’edificio che accoglie l’azione era un grande lazzaretto, costruito su una piccola isola. Vi sono lunghi e vasti corridoi vuoti che costituiscono l’insieme dello spazio; non vi è nessun altro elemento architettonico e nessuno oggetto. Il titolo dell’azione, I mangiatori di patate, funziona come porta di ingresso. Questi sono gli unici dati. Non ho un discorso da fare, ma per il grande amore che nutro per la contraddizione ora getto in terra una manciata di parole che mi sembra abbiano qualcosa a che vedere con l’azione concepita in questo luogo.
Caduta, Statua, Fame,
Caricatura, Storia, Tre, Affetto,
Amico, Cera, Marrone, Christus, Nastro, Lingua Imperii,
Stella nera.
Tutto ciò che lega queste parole tra loro non appartiene alla mia giurisdizione.
R.C.
I mangiatori di patate è un teatro della discesa. Una catabasi nel clangore della catastrofe che ci riguarda. Riverbera nei volumi del Lazzaretto Vecchio di Venezia, i cui lunghi bracci conservano memoria di quarantene e malattia. Fragori, ronzii, pulsazioni appaiono come eco di eventi già accaduti o presagiti: sono lì per mettere in allerta il tempo.
In un buio radicale, il vorticare di una forza tifonica ricorda che la storia non può volgere le spalle al proprio passato di macerie. Un grappolo compatto di figure alla frontiera di ogni più remota presenza emerge da una notte fonda. Condividono qualcosa con i minatori e i grassatori del Borinage, ritratti da Van Gogh con estrema devozione. Portano sulla pelle i segni dell’oscurità senza riparo di cui sono sensibile estensione. Caduta o emersione dal pozzo dell’abisso coincidono, ed è lì che avviene la scoperta prodigiosa: la perla opaca del linguaggio. Ed è in quel momento che la violenza si rivela, obbligando a parlare per suo conto, parla al posto tuo.
Il discorso, nella sua veste autoritaria, s’impone come una bocca parassita. Sotto il segno della coazione, argomenta senza contenuto. Non è importante ciò che dice ma il fatto che ti parla. Colpi di ripetizione e ripetizioni di colpi aggrediscono il volto, fino a farlo scomparire. I piattelli labiali stenografano l’evento del linguaggio come una passività che affama chi la sostiene. Fuori da solchi abituali, questo parlare si scopre saturo di ossessioni, xenoglossie e conati. Sono prodotti dal taglio doloroso della dissociazione. E un organo senza il corpo resta a oscillare dal braccio alzato del giudizio finale, che non ammette appello.
Piersandra Di Matteo
Prima assoluta: 31 Maggio 2025, Isola del Lazzaretto Vecchio, Laguna di Venezia