Sahara

danza della Compagnia Mòra, diretta da Claudia Castellucci

con:
Sissj Bassani
Silvia Ciancimino
Guillermo de Cabanyes
René Ramos
Francesca Siracusa
Pier Paolo Zimmermann

Coreografia: Claudia Castellucci
Musica: Stefano Bartolini
Autore delle Luci: Andrea Sanson
Abiti: Woojun Jang

Tecnica: Francesca Di Serio
Direzione alla Produzione: Benedetta Briglia
Organizzazione: Valeria Farima
Amministrazione: Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci
Produzione: Societas, Cesena
Co-produzione: TPE - Teatro Piemonte Europa / Festival delle colline Torinesi
Con il sostegno di: UBI Unione Buddhista Italiana, Triennale Milano Teatro

Creare dal nulla è la segreta pretesa dell’arte. Il deserto, nell’estrema monotonia di tempo e di spazio, offre le condizioni per opporre un altro modo e per dimostrare che è possibile produrre un altro mondo, anche quando si ha, come materia prima, soltanto la propria persona. La danza ha, come unico –primo e ultimo– strumento, soltanto se stessi. Forme inesistenti e irriproducibili sono realizzate se non attraverso se stessi. Ma il deserto è anche luogo di massima ombra, visto che a ben vedere si tratta sempre della propria; ed è luogo di compagnia massima, visto che la propria mente produce continuamente immagini e pensieri che non si possono cacciare. Fisica e mente metafisica non sono luoghi esclusivamente propri e il deserto li rende alberghi sempre aperti… Il deserto racchiude tutte le fantasie e il suo ambiente è falsamente vuoto, popolato, com’è, di figure mentali di ogni specie. Lo avevano capito gli anacoreti di un tempo, che proprio nel deserto andavano a combattere le immagini del mondo… Ancor prima di essere una situazione spaziale, il deserto impone una condizione temporale massimamente elastica: momenti di attesa esasperante e momenti di repentina prontezza, che la musica, composta su commissione, detta.

 

Se nelle danze precedenti di Claudia Castellucci la tensione mentale dei Danzatori era implicita nell’interpretazione di uno schema coreografico rigoroso da risvegliare, qui, la danza è più spinta ad affermare se stessa come arte della flagranza, dove larga parte dell’impegno si esprime in decisioni immediate che ogni Danzante deve prendere, spogliato di qualsiasi modello. La danza guarda a una semplicità estrema, che il deserto non offre, ma turba al massimo grado. Non vi sono esempi a disposizione.

 

Deserto, caverna, savana, sono parole iperboliche e simboliche, per le porzioni di fatti silenziosi che si avvicendano nella danza, ma sono quelle che più di tutte ospitano la condizione di questi Interpreti di un nulla basilare, il basso-continuo della vita, e la sua tenerezza, quando la si veda scorrere da lontano… Parenti prossimi che si vedono da lontano, a un supermercato, e che ignorano di essere osservati, come stelle fisse, da figli o da genitori profondamente commossi, sull’orlo del pianto, dal mistero della semplice presenza, più che dalla luce e dalla grandezza… E poi avviene qualcosa, anche questo simile a ciò che avviene in cielo, ovverosia certi raduni, che la stessa inerzia prepara dal buio. Correnti magnetiche che inducono a sentire lo stesso impulso, che non fa somigliare né accomuna, ma che soltanto spiega l’amore più riposto.

 

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