La nuova Abitudine

Ballo della Compagnia Mòra sui Canti Znamenny della tradizione russa
cantati dal vivo dal Coro In Sacris di Sofia

Coreografia: Claudia Castellucci
Danzatori: Sissj Bassani, Silvia Ciancimino, Guillermo de Cabanyes
René Ramos, Francesca Siracusa, Pier Paolo Zimmermann
Musica: Repertorio storico dei Canti Znamenny, San Pietroburgo
Coro In Sacris, Sofia: Simeon Angelov, Nikolay Damyanliev, Samuil Dechev, Osman Hayrulov, Miroslav Kartalski Angel Naydenov, Ivan Stanchev, Yavor Stoyanov
Maestro del Coro: Boryana Naydenova

Fastigio musicale finale: Stefano Bartolini
Assistenza Coreutica: Sissj Bassani
Abiti: Iveta Vecmane, Riga
Scenario e Luci: Eugenio Resta
Tecnica: Francesca Di Serio
Direzione alla Produzione: Benedetta Briglia
Organizzazione: Valeria Farima
Amministrazione: Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci

Produzione: Societas, in co-produzione con musicAeterna, San Pietroburgo;
Teatro Piemonte Europa / Festival delle Colline Torinesi

foto Lyuda Burchenkova
Andrea Macchia

La danza nasce da un progressivo avvicinamento e riempimento di una matrice del tutto aliena alla danza stessa: aliena e lontana. Si tratta di un antico canto liturgico russo, il canto Znamenny (segni), che ha spinto la Compagnia Mòra a traslocare, nell’Ottobre 2021, a San Pietroburgo, per costruire lì la danza assieme al Coro di musicAeterna di Teodor Currentzis. Rispetto alla musica corale della tradizione ortodossa più nota, il canto znamenny veste un modesto indumento, assai lontano dalla pompa della liturgia bizantino-slava. La sua matrice è dunque religiosa, ma noi l’abbiamo spogliata dei suoi significati legati a un credo. La processione e il cerchio sono forme di movimento rituali, ma noi le abitiamo spogliate di significati legati a una tradizione. Gli abiti sono cerimoniali, ma sono cuciti in vista del ballo, come addendi del movimento. Tutto questo è il volgersi da un’altra parte e separarsi dal proprio orizzonte. Prendere il partito di una danza saprofita, perché nutrita da una matrice estranea, indica una via concreta di esilio, inizialmente culturale e poi fisica, ma intanto c’è la realtà del tempo, inventata dalla danza, a essere fisica, di nuova consistenza e attuale.

 

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