Màntica 2013

festival, spettacoli, musica, incontri di critica e laboratori
direzione artistica Chiara Guidi

VI Edizione
Cesena, Teatro Comandini
18 - 27 ottobre 2013

Editoriale

18/10/2013 - 27/10/2013
Teatro Comandini, Cesena, FC

 

Un festival è un quadro di particolare intensità visiva che si staglia sullo sfondo solito di una città. Tra il quadro e lo sfondo scatta un rapporto di reciprocità che può essere scontato, se obbedisce al più rozzo meccanismo della domanda e della risposta. La funzione di un festival come Màntica, adagiato su una città di provincia, è quella di operare uno scarto rispetto a scelte a portata di mano. La piccolezza e la marginalità devono costituire punti di forza e non rimossi con rassegne che somigliano alle altre, magari maggiori. Via goffa e fallimentare. La funzione è piuttosto quella di scovare proposizioni d’arte nascoste, o agli albori; di costruire un luogo sperimentale, con laboratori e seminari; di condividere una critica istintiva, cercando di approfondirne le sensazioni; infine estendere sistematicamente la platea, compito estremamente interessante e ovviamente sottile, proprio per non incappare nel grezzo meccanismo di cui sopra si parlava. La “responsabilità” artistica non è mai una risposta a una domanda, ma è un tenere fede alla propria coerenza, secondo una morale pericolosamente originale, ma onestamente esposta. Questo è il modo dell’arte: la coerenza dell’oggetto, e poco importano gli attributi di umiltà o prosopopea di cui di volta in volta si ammantano gli artisti, quel che conta è sempre e comunque l’oggetto che si espone e che si incontra fisicamente. Il deficit di fisicità che si prova, a volte con dolore, in tutte le conoscenze immateriali, è colmato nel teatro, una disciplina che innanzitutto si incontra fisicamente. La ginnastica è oggi una disciplina da esplorare, se non altro come esempio di movimento volontario, di un cimento che realizza l’impeto di una opposizione a forze contrarie, compresa l’inerzia. Più di tutto conta l’opposizione all’automatismo del tempo, dell’abitudine, della tradizione. Più di tutto conta inventare il tempo, l’abitudine, la tradizione. L’agone si gioca nella limitatezza della provincia, non sempre lieta; nella scarsità degli incontri reali; nella pochezza generale delle parole, che si spossa definitivamente nei gerghi; nella stanchezza di rituali adulterati; e ora, e qui, nel riscatto della propria località. La determinazione artistica degli spettacoli, specialmente quelli estratti dalle catacombe del teatro superficiale, è un compito particolarmente precipuo del festival locale, anzi è una responsabilità storica, oltre a quella della ricerca di una platea estesa, che sparigli quella abituale della comunità filo-artistica. L’ostinazione con la quale si scandiscono i giorni con lo studio e l’esercizio, è un altro affondo locale, che specifica lo stare sul posto e che vede all’opera, insieme, i fondatori della Socìetas Raffaello Sanzio.

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