Le Metope del Partenone

concezione e regia Romeo Castellucci
indovinelli Claudia Castellucci
con Urs Bihler, Dirk Glodde, Silvia Costa, Zoe Hutmacher, Liliana Kosarenko, Maximilian Reichert
collaborazione artistica Silvia Costa
effetti speciali Giovanna Amoroso, Istvan Zimmermann
produzione Theater Basel
co-produzione La Villette, Festival d’Automne à Paris
in collaborazione con Societas

 

Una lunga sequenza di azioni legate alle tecniche di pronto soccorso, scorre davanti allo spettatore come una collezione di allegorie. Attraverso un dispositivo iperrealistico si mettono in scena una serie d’incidenti appena avvenuti senza mai mostrare l’evento che li ha provocati. Gli interventi concitati dei paramedici, in lotta contro il tempo, non sortiscono alcun effetto e portano tutti un esito tragico. Gli attori devono calarsi nella parte delle vittime impegnandosi nell’illustrazione fedele dei postumi degli incidenti e nella fenomenologia psicofisica dei differenti stati traumatici. Una serie d’infermieri professionisti, muniti di tutta la strumentazione medicale, soccorrono le “vittime” nella tipica urgenza che si conviene in questi casi. Il quadro umano, che di volta in volta si presenta, è lo specchio di ciò che avviene e che può capitare di vedere nelle case e nelle strade delle nostre città. L’uso di trucchi prostetici e di sofisticati effetti cinematografici deve garantire l’assoluta verosimiglianza di ciò che è dato di vedere e di sentire. Una serie di ambulanze intervengono, una dopo l’altra, sul luogo dell’incidente. Le scene concitate raccontano, senza l’ausilio di alcuna spiegazione, il fiume in piena del dolore umano. Ma sopra questo Epos del dolore vi è una linea parallela di contrappunto, costituita da una serie di indovinelli. Le domande – senza soluzioni – che una qualche Sfinge-della-vita pone, sono proiettate nella parte alta dello spazio in cui si sviluppano le azioni. Gli spettatori possono vedere, cioè, le scene concitate del pronto soccorso insieme alle domande, come in due quadri sovrapposti. Gli indovinelli hanno lo scopo di sospendere il radicale realismo delle azioni e di rivelarle per quello che sono: il disegno di un artista o una metafora o una serie di sculture mute come possibili Metope della vita nelle nostre città. Gli indovinelli spostano l’attenzione dello spettatore dalla scena primaria del sangue a quella di un tendenzioso gioco linguistico, conferendo il potere alla mente di penetrare la realtà e trasferendo, di pari passo, il dolore umano nel campo della metafora. D’altro canto le scene implacabili del pronto soccorso, a loro volta, trasformano gli indovinelli in questioni di vita o di morte, come ogni Sfinge insegna. Il rapporto tra le azioni del pronto soccorso e gli indovinelli esibisce il bisogno di riconciliazione tra gli esseri umani e il fatto di avere un corpo. Lo spettacolo prevede dieci interventi di vario tipo e entità, per una durata di 45 minuti circa. Dieci attori, 5 ambulanze, 15 infermieri, protesi, sangue cinematografico, strumentazione medicale, indovinelli.

 

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